Il pensiero ibrido (2)

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Quella parte della giornata che scorreva come un fiume tra il sole che sorge e il sole che tramonta non era una parentesi di tempo preferita dal pensiero ibrido. Rumori, parole, gesti sempre uguali frenavano la sua inventiva, la sua creatività di essere sempre diverso pur mantenendo il suo sé primigenio. E poi, in quel frangente di tempo, la gente andava veloce, si intasava la mente di rumorosi e roboanti impegni. C’era chi andava da una parte, chi dall’altra; chi  accelerava il passo e chi guardava sempre il suo orologio. Certo, c’era chi vestiva abiti eleganti, chi abiti sportivi; chi portava i capelli lunghi e chi i capelli corti. Tutti, però, avevano la stessa espressione: quella di una piccola pietra trasportata dal fiume che corre veloce alla foce. Ma chi sognava di giorno? Chi coltivava l’eleganza dello sguardo, dell’ ascolto, dell’abbraccio? Il pensiero ibrido ebbe l’idea che le cose, tutte le cose del mondo, racchiudessero i sogni di notte e di giorno, ora e per sempre, attendendo che qualcuno, in quel frangente di vita tra Elios che sorge e Elios che tramonta, si fermasse a guardarle.  Pensò che le cose, gli oggetti, un vaso, una tazza, una barca,  fossero i custodi di un tempo infinito, che è quello del racconto, della storia. Chissà cosa avrebbero pensato tutti i pensieri di chi era attento solo al tempo del proprio orologio! Che assurdità! Le cose! Figuriamoci!

Il pensiero ibrido non si curava degli altri. Aspettava la notte e impaziente si tuffava nei sogni di chi finalmente si era fermato. Gli capitò di immergersi in un sogno splendente come il cielo d’estate. Era dentro un lago dove il cielo si era specchiato. Era azzurro e abitato da una barchetta che chiacchierava con la sua immagine riflessa sull’acqua (il suo passato? Il suo presente?), mentre microorganismi giocavano a nascondino tra le alghe tese all’ascolto. C’era grande vivacità in quello specchio di acqua increspato da piccoli cerchi concentrici generati dalla vita del lago.

La barchetta raccontava di mani callose e pelle indurita dal sole e dal sale; di ricchi mercanti che esportavano il sale prodotto in quello specchio di acqua e che diede il nome a un’isola verde del Mediterraneo. Una nuvola grossa avanzò lenta, distribuendo la sua immagine sulla superficie liquida e salmastra arricciata qua e là dai vortici dell’acqua.

-Sulla riva brillano ancora cristalli di sale. Anche loro hanno tanto da raccontare.-

La sua voce calda e avvolgente si diffuse come canto, melodia che raggiunse ogni goccia, ogni alito di vento, ogni pietra.

All’improvviso, arrivò da lontano un ticchettio che sbalzò fuori dal lago il pensiero ibrido e dopo un tic e un toc ripetuti con cadenza sempre uguale, si fermò il tempo del racconto e tutti i pensieri affannati misero a tacere la voce delle cose.  

I racconti del laghetto e il pensiero ibrido(1)

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Castello Ursino-Catania

Un pensiero nacque di notte, come tanti altri. Lui però era nato strano, irrequieto: si girava e rigirava, saltava e poi all’improvviso rimaneva impigliato nei suoi stessi movimenti. Come tutti era fatto di qualcosa. C’erano pensieri composti di sorrisi solitari, altri di risate in compagnia. C’erano pensieri fatti di tristezza e malinconia. Noiosi! Alcuni erano ibridi e non si capiva da dove fossero saltati fuori. Erano un misto di gioia, di arrabbiature, di lacrime e sorrisi. E lui, il pensiero che era nato di notte, era proprio così, era un ibrido. Si infilava spesso nei sogni della gente e svolazzava, facendo confusione, mettendo disordine, scompigliando le storie, interrompendo le trame. Si immergeva ora in uno, ora in un altro sogno che come laghetti appena mossi dal vento accoglievano parole e immagini e parlavano, raccontavano e si tingevano dei tanti colori dell’arcobaleno. Il pensiero ibrido si avvicinò a un laghetto violetto e iniziò ad ascoltarne la voce.

-Una donna, con il cuore giovane e le gambe stanche, usciva ogni notte per dirigersi verso un pozzo dove la luna si specchiava. Riempiva un catino di acqua del pozzo e tornava a casa per annaffiare il suo giardino. Qui crescevano piante che emanavano una forte luce che attraversava gli occhi e arrivava al cuore dove rigogliosi sbocciavano sogni e speranze. Una notte però la donna non vide la luna dentro il pozzo. Non c’era più un goccio di acqua. Sentì all’improvviso il peso degli anni, il tempo trascorso gravare sulle sue fragili spalle e non vide più il tempo futuro. La luna che dal cielo osservava lanciò un’idea che un genio impazzito aveva lasciato sulla sua superficie. L’idea tardò ad arrivare, non trovava la strada per raggiungere la donna che curva e in silenzio lasciava che i tramonti e le albe trascorressero indifferenti al suo dolore.-

-E poi? Riuscì l’idea del genio impazzito a trovare la donna?-

-Certo. La raggiunse e le insegnò l’arte di essere felice, la gioia di avere ancora un cuore dove accogliere la luce del sole e i bagliori della luna. Le insegnò che il pozzo a cui attingere l’acqua dei suoi sogni era dentro di lei.-

Era l’idea di un genio pazzo, ma funzionava. Il pensiero ibrido pensò che anche lui doveva essere un po’ matto. Si convinse che essere un ibrido non era male. Bisognava essere fuori di testa per coltivare ogni giorno la gioia.

Credevo a Babbo Natale

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Mi sorprendo, ormai troppo spesso,

a fare i conti con una fitta,

un dolore sordo e soffocante

in mezzo al petto.

Non ho paura,

ma i miei occhi

sì, lo specchio dell’ anima,

tradiscono amarezza e

la mia mente

vaga.

Senza sapere dove andare,

a cosa aggrapparsi.

Passato è il tempo delle certezze.

L’ estate dell’entusiasmo

ha arso e prosciugato

il pozzo della mia vita

che si è stato svuotato,

e nessuna luna potrà più specchiarsi.

È arrivato l’ autunno,

arriverà presto l’ inverno.

Fatico a trovare un posto,

una dimensione che mi si addica,

che renda ragione

di quello che sono,

o ero.

Credevo in ciò che ero.

Credevo a Babbo Natale

mi sentivo forte

carica di entusiasmo,

acqua di sorgente

per annaffiare i sogni.

Adesso

che tutte le albe e

tutti i tramonti

sembrano uguali,

il dolore  nel petto

è sintomo di siccità:

non c’ è più acqua

per annaffiare i miei sogni.

E non credo più

a Babbo Natale.

Senza titolo

Un silenzio assordante

abita queste mura e

percuote senza tregua

un cuore sognatore.

Divora nel profondo

le viscere di chi,

aggrappato alla sua roccia,

al suo destino,

resiste con la forza di un titano

che ha pensato,

ha riflettuto

e poi ha agito.

Per amore, per immenso amore.

Estate

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Era d’estate e la frescura arrivava da un timido vento che attraversava i rami di un albero di fichi maturi, dolci, verdi come alghe che Dionisio s’era divertito a rubare a Poseidone per comporre quelle grosse gocce di zucchero che pendevano sopra fiori che ne avevano replicato i colori.

Era d’estate e i fiori dei capperi affidavano al sole il loro volto più bello, la loro immagine più spettacolare . Quella stessa che i fichi serbavano all’interno del loro involucro verde smeraldo: steli piccoli e morbidosi, bianchi; filamenti lunghi, protesi al sole, anch’essi bianchi. Poi, come goccioline sfuggite dai colori dell’ arcobaleno, puntini viola a definire il disegno degli steli e dei filamenti.

Era d’estate e nell’ozio forzato di un caldo schiacciante, riflettevo su come i colori riescono a dare ragione della diversità che esiste in natura: molti fiori, frutti, ortaggi condividono il verde, il viola, il bianco ed altri colori, mischiandoli in maniera diversa, creando bellezza. Così come avere un naso, una bocca, due occhi: sono comuni a tutti gli esseri umani e gli animali che attraversano le acque, il cielo e la terra. Tutti abbiamo un naso, una bocca, due occhi eppure quanta varietà, quanta bella diversità.

Eh sì, era d’estate. Faceva tanto caldo e la mia mente vagava, cercava un rimedio a quell’ozio forzato.

Fate

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Nel silenzio della notte,

mentre tutto dorme,

quando il sole

è ormai lontano,

fate leggere

si affacciano,

aprono le finestre

di una pianta

dove abitano e si nascondono

agli occhi indiscreti

del mondo diurno.

Aprono

e offrono fiori alla luna.

La bellezza si fa strada

tra le luci lontane delle stelle,

cammina sulle acque calme

del mare che riposa,

regala sogni e stupore

agli uomini mai sazi e

mai abbastanza grati.

Quando arriva l’alba,

le fate si ritirano

chiudono

le finestre

e nuotano

tra le particelle vitali della linfa

della loro casa.

Il sole tramonterà ancora

e ancora

le fate

apriranno altre finestre.

E’ la vita

di chi in silenzio si offre

e regala emozioni leggere.

Mediterraneo

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“Per vedere ogni ben dentro vi gode

l’anima santa che ‘l mondo fallace

fa manifesto a chi di lei ben ode:

lo corpo ond’ella fu cacciata giace

giuso in Cieldauro; ed essa da martiro

e da essilio venne a questa pace.”      

Dante, La Divina Commedia, Paradiso, X 124-129

Mediterraneo. Se si dovessero contare gli uomini che nei secoli l’hanno attraversato; le civiltà che si sono succedute nella conquista di sbocchi importanti su questo mare; se si dovessero contare le battaglie, le scorrerie piratesche e le navigazioni a scopo commerciale, bisognerebbe esprimersi attraverso una serie di numeri infiniti. Nella foto e nei versi di Dante il Mediterraneo, il mare non c’è. Eppure, la Basilica citata da Dante custodisce una storia che ha attraversato il Mediterraneo per approdare a Pavia. La storia riguarda un grande filosofo nato a Tagaste, in Algeria, nel 354 d.C. ed eletto vescovo di Ippona, sempre in Algeria, dopo essere stato battezzato da Ambrogio, vescovo di Milano. Sant’ Agostino, attraversò più volte il Mediterraneo. Insegnò retorica prima a Roma e poi a Milano dove seguì le prediche del vescovo Ambrogio che lo battezzò e lo ordinò sacerdote. Tornato a Roma, raggiunse Ostia per imbarcarsi, attraversare il Mediterraneo e raggiungere la sua terra. Divenuto vescovo di Ippona continuò la sua attività letteraria volta a combattere l’eresia manichea, oltre che allo studio del rapporto tra ragione e fede che il filosofo non vide mai in contrasto, ma anzi in perfetta armonia. Il suo capolavoro, le Confessioni, vedono la luce nel 400 e in quest’opera autobiografica, Agostino loda il Signore per averlo condotto verso la luce della Verità. Il vescovo di Ippona morì il 28 agosto del 430, mentre i Vandali di Genserico assediavano la città algerina. Per mettere in salvo le reliquie dall’assalto dei barbari, il corpo di Sant’Agostino fu trasportato fino a Cagliari, in Sardegna. Il Mediterraneo avrebbe ancora visto le spoglie del filosofo viaggiare sulle sue acque. Circa tre secoli più tardi, il pio re longobardo Liutprando prese a cuore le sorti delle sante reliquie e nel 722 offrì un’ingente somma di denaro per riscattare il corpo del Santo Padre Agostino che ancora una volta attraversa il mare da Cagliari a Genova. Liutprando, con il suo esercito, raggiunse le sacre reliquie a Savignone e, percorrendo la via del sale, le trasportò fino a Pavia, capitale del suo regno. Il Corpo di Sant’Agostino fu deposto nella Basilica di San Pietro in Ciel d’oro, dove già riposavano i resti di un altro grande filosofo, Severino Boezio. Pavia continuò ad onorare il santo filosofo e nel XIV secolo si pensò di costruire, all’interno della Basilica, una magnifica Arca a Sant’ Agostino. Il pericolo non erano più i barbari, ma l’umidità: l’Arca avrebbe degnamente custodito le spoglie del Santo racchiudendole e proteggendole sontuosamente. La nuova “casa” del filosofo fu costruita in marmo di Carrara e su ogni lato furono scolpite scene della vita del Santo.

“-Il mare siamo noi…siamo noi…- e intanto il vento accompagnava la leggerezza di quel volo simile a quello dei petali di un bouganville che maestoso ornava case bianche e luminosi terrazzi.

La voce incalzava, voleva sapere.

-Dove andate? Che gioco è questo?-

-Ci aspetta…Ci aspetta la casetta dagli occhi di cielo!-

Quando arrivava la sera, la casa accoglieva le dodici lettere e le combinava in varia maniera perché formassero parole che descrivessero la vita, la gioia, il dolore. Così cominciava

Mare-mito-morte

Entrare-etere-errato

Denaro- dare- dire- dote

Idea-iter-ira

Terra- tradire- temere-tenero

Era-Ermete

Remo-ramo-rete

…..”

Paolina Campo, ‘Nto Scurari