Estate

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Era d’estate e la frescura arrivava da un timido vento che attraversava i rami di un albero di fichi maturi, dolci, verdi come alghe che Dionisio s’era divertito a rubare a Poseidone per comporre quelle grosse gocce di zucchero che pendevano sopra fiori che ne avevano replicato i colori.

Era d’estate e i fiori dei capperi affidavano al sole il loro volto più bello, la loro immagine più spettacolare . Quella stessa che i fichi serbavano all’interno del loro involucro verde smeraldo: steli piccoli e morbidosi, bianchi; filamenti lunghi, protesi al sole, anch’essi bianchi. Poi, come goccioline sfuggite dai colori dell’ arcobaleno, puntini viola a definire il disegno degli steli e dei filamenti.

Era d’estate e nell’ozio forzato di un caldo schiacciante, riflettevo su come i colori riescono a dare ragione della diversità che esiste in natura: molti fiori, frutti, ortaggi condividono il verde, il viola, il bianco ed altri colori, mischiandoli in maniera diversa, creando bellezza. Così come avere un naso, una bocca, due occhi: sono comuni a tutti gli esseri umani e gli animali che attraversano le acque, il cielo e la terra. Tutti abbiamo un naso, una bocca, due occhi eppure quanta varietà, quanta bella diversità.

Eh sì, era d’estate. Faceva tanto caldo e la mia mente vagava, cercava un rimedio a quell’ozio forzato.

Fate

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Nel silenzio della notte,

mentre tutto dorme,

quando il sole

è ormai lontano,

fate leggere

si affacciano,

aprono le finestre

di una pianta

dove abitano e si nascondono

agli occhi indiscreti

del mondo diurno.

Aprono

e offrono fiori alla luna.

La bellezza si fa strada

tra le luci lontane delle stelle,

cammina sulle acque calme

del mare che riposa,

regala sogni e stupore

agli uomini mai sazi e

mai abbastanza grati.

Quando arriva l’alba,

le fate si ritirano

chiudono

le finestre

e nuotano

tra le particelle vitali della linfa

della loro casa.

Il sole tramonterà ancora

e ancora

le fate

apriranno altre finestre.

E’ la vita

di chi in silenzio si offre

e regala emozioni leggere.

Mediterraneo

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“Per vedere ogni ben dentro vi gode

l’anima santa che ‘l mondo fallace

fa manifesto a chi di lei ben ode:

lo corpo ond’ella fu cacciata giace

giuso in Cieldauro; ed essa da martiro

e da essilio venne a questa pace.”      

Dante, La Divina Commedia, Paradiso, X 124-129

Mediterraneo. Se si dovessero contare gli uomini che nei secoli l’hanno attraversato; le civiltà che si sono succedute nella conquista di sbocchi importanti su questo mare; se si dovessero contare le battaglie, le scorrerie piratesche e le navigazioni a scopo commerciale, bisognerebbe esprimersi attraverso una serie di numeri infiniti. Nella foto e nei versi di Dante il Mediterraneo, il mare non c’è. Eppure, la Basilica citata da Dante custodisce una storia che ha attraversato il Mediterraneo per approdare a Pavia. La storia riguarda un grande filosofo nato a Tagaste, in Algeria, nel 354 d.C. ed eletto vescovo di Ippona, sempre in Algeria, dopo essere stato battezzato da Ambrogio, vescovo di Milano. Sant’ Agostino, attraversò più volte il Mediterraneo. Insegnò retorica prima a Roma e poi a Milano dove seguì le prediche del vescovo Ambrogio che lo battezzò e lo ordinò sacerdote. Tornato a Roma, raggiunse Ostia per imbarcarsi, attraversare il Mediterraneo e raggiungere la sua terra. Divenuto vescovo di Ippona continuò la sua attività letteraria volta a combattere l’eresia manichea, oltre che allo studio del rapporto tra ragione e fede che il filosofo non vide mai in contrasto, ma anzi in perfetta armonia. Il suo capolavoro, le Confessioni, vedono la luce nel 400 e in quest’opera autobiografica, Agostino loda il Signore per averlo condotto verso la luce della Verità. Il vescovo di Ippona morì il 28 agosto del 430, mentre i Vandali di Genserico assediavano la città algerina. Per mettere in salvo le reliquie dall’assalto dei barbari, il corpo di Sant’Agostino fu trasportato fino a Cagliari, in Sardegna. Il Mediterraneo avrebbe ancora visto le spoglie del filosofo viaggiare sulle sue acque. Circa tre secoli più tardi, il pio re longobardo Liutprando prese a cuore le sorti delle sante reliquie e nel 722 offrì un’ingente somma di denaro per riscattare il corpo del Santo Padre Agostino che ancora una volta attraversa il mare da Cagliari a Genova. Liutprando, con il suo esercito, raggiunse le sacre reliquie a Savignone e, percorrendo la via del sale, le trasportò fino a Pavia, capitale del suo regno. Il Corpo di Sant’Agostino fu deposto nella Basilica di San Pietro in Ciel d’oro, dove già riposavano i resti di un altro grande filosofo, Severino Boezio. Pavia continuò ad onorare il santo filosofo e nel XIV secolo si pensò di costruire, all’interno della Basilica, una magnifica Arca a Sant’ Agostino. Il pericolo non erano più i barbari, ma l’umidità: l’Arca avrebbe degnamente custodito le spoglie del Santo racchiudendole e proteggendole sontuosamente. La nuova “casa” del filosofo fu costruita in marmo di Carrara e su ogni lato furono scolpite scene della vita del Santo.

“-Il mare siamo noi…siamo noi…- e intanto il vento accompagnava la leggerezza di quel volo simile a quello dei petali di un bouganville che maestoso ornava case bianche e luminosi terrazzi.

La voce incalzava, voleva sapere.

-Dove andate? Che gioco è questo?-

-Ci aspetta…Ci aspetta la casetta dagli occhi di cielo!-

Quando arrivava la sera, la casa accoglieva le dodici lettere e le combinava in varia maniera perché formassero parole che descrivessero la vita, la gioia, il dolore. Così cominciava

Mare-mito-morte

Entrare-etere-errato

Denaro- dare- dire- dote

Idea-iter-ira

Terra- tradire- temere-tenero

Era-Ermete

Remo-ramo-rete

…..”

Paolina Campo, ‘Nto Scurari

Lettera 22

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Rosaria si era sposata e continuava a vivere con la sua famiglia a casa di suo padre. Una casa dove trovarono posto una lavatrice Candy, un televisore e una radio di ultima generazione per potere ascoltare buona musica. In un angolo riservato, dove a parlare era la scrittura, Rosaria custodiva la sua macchina da scrivere, una Lettera 22, un modello tra i meglio riusciti della Olivetti, fabbrica all’avanguardia nella messa a punto di macchine da scrivere. Lettera 22 divenne presto la confidente, l’amica a cui consegnare parole, pensieri, sentimenti, emozioni. Il ticchettio dei tasti battuti con la sicurezza di chi ha tante cose da raccontare, di chi in quei tasti consegna il battito dei cuori che non si rassegnano al silenzio, quel ticchettio rassicurava il sonno di Franco. Nulla sarebbe andato perduto, fino a quando avrebbe sentito arrivare dalla stanza accanto il suono della macchina da scrivere. Il tempo non aspetta nessuno e di tempo ne era trascorso tanto. Solo la scrittura avrebbe potuto fermarlo e fissarlo in pagine come foto, immagini che avevano il potere di far scorrere i giorni in senso contrario.

Rosaria aveva l’abitudine di uscire presto la mattina, per fare la spesa. Da qualche tempo i suoi orari erano cambiati. Il padre, ormai tanto avanti con l’età, aveva bisogno di essere accudito con più attenzione. Da qualche tempo respirava a fatica anche se continuava a raccontarle delle storie. Sembrava avere fretta.

-Papà, vado a comprare qualcosa e torno.-

Gli aveva dato un bacio sulla fronte ed era uscita. Quella mattina era uscita più tardi e sbrigò presto le sue commissioni. Non aveva tanto tempo di accorgersi della gente che circolava per le strade. In un attimo si sentì come destata dal suo impegno quotidiano. Si fermò a guardare qualcuno. Aveva avuto l’impressione di avere visto nei pressi della fontana una donna ed era sicura che si trattava di Nunzia, la bimba che era andata a studiare a Palermo. Voleva avvicinarsi, parlarle. La donna si era voltata, aveva ignorato il suo sguardo come per allontanare da sé ogni traccia di passato. Rosaria aveva capito, aveva rispettato quel comportamento e non provò a chiamarla. Ricominciò il suo giro e si affrettò a tornare a casa con le sue buste della spesa. Aveva poggiato tutto per terra, come era solita fare. Si era tolta la giacca, si era lavata le mani ed era entrata nella camera di suo padre.

-Papà sono tornata.-

L’uomo non rispose. Aveva le spalle ben coperte dalle lenzuola e giaceva appoggiato sul braccio sinistro. Giaceva, senza voce e senza respiro. Rosaria si avvicinò, gli prese una mano e intanto lo guardava. Non riusciva a pensare a niente, per qualche minuto rimase immobile davanti a quel corpo inerme. Poi chiamò suo marito, prese il telefono e informò suo fratello. Si ritirò nella stanza di Lettera 22, raccolse gli appunti e le fotografie e preparò il suo lavoro.

Tic, tic. Uno dopo l’altro…

Quando una stella muore, muore per implosione e libera luce. Quando un uomo muore, si spegne la luce della vita e si accende quella del ricordo.

Adesso memoria, fammi strada.

Abissi

Veduta aerea della plaja di Catania

Ci sono giorni, cuore mio,

e sono tanti ormai,

che sto in bilico

tra ciò che è stato

e il mio essere qui e ora.

Ti sento cuore mio,

mi chiedi: e domani?

Un tempo lanciavo

ancore vicino porti

che sapevo sicuri.

Oggi lancio ancore

che sprofondano negli abissi

e non le vedo più.

Dike

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Quando i giornali hanno divulgato la notizia della scarcerazione di Giovanni Brusca, i commenti si sono moltiplicati, le reazioni si sono accavallate e l’indignazione ha attraversato gli animi svegliando il ricordo di tragedie terribili. Avevo scritto sul mio quaderno pensieri disordinati, parole che schizzavano come sangue da una ferita causata da un fendente che arriva improvviso. Ero solo una ragazza quando le vie di Palermo, bella e meravigliosa città, era sporcata dai delitti di mafia.

Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge”

Le parole di Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, sono pietre secolari. La legge è fatta dagli uomini per realizzare un diritto coerente con certe premesse, e le premesse, vagliate proprio dal giudice Falcone, riguardavano la collaborazione dei pentiti nelle indagini sui fatti di mafia.

Per i greci Nomos indica la legge, la legge degli uomini; Dike è la giustizia, che non è di questo mondo, mostra, indica, fa vedere ma spesso è nascosta.

Secondo la legge, Giovanni Brusca ha scontato la sua pena, può tornare libero. E quei morti? Quel ragazzo sciolto nell’acido? Dov’ è la giustizia? Dov’ è lo Stato? Davvero si può pensare al perdono?

“Io li perdono, ma si devono mettere in ginocchio”

La vedova Schifani, uno degli agenti della scorta del giudice Falcone morto nella strage di Capaci, commosse tutti al funerale in quel tristissimo giorno di maggio.

Cos’ è il perdono? Si può perdonare solo chi rende omaggio a chi si è fatto del male. Non ci può essere perdono senza che il dolore dell’ altro diventi anche il mio dolore. Perdonare è un terreno difficile da attraversare.

Le mie parole sono ancora disordinate, travolte da pensieri che sfuggono e non si lasciano acquietare. La giustizia non è di questo mondo, ma questo mondo è il solo dove ci tocca vivere, dove è giusto che il sole sorga e ci illumini le giornate e le stagioni si susseguano per darci la serenità del tempo che scorre nonostante tutto.