Ha vinto la rabbia

Tag

, ,

Non credo di avere mai voluto chiedere tanto dalla vita. Solo alcune cose per me davvero importanti: circondarmi di ottimi libri; sentire vicino a me l’allegria e la dolcezza della mia famiglia; indossare ogni tanto un bel vestito e godere della gioia di una serata di musica e bellezza; discutere di ciò che ho nel cuore senza sentire imbarazzo; aprire le braccia al mondo così che  possa venirmi sempre incontro con la semplicità e la spontaneità di un giorno appena sorto.

In questo mio essere “donna senza troppe pretese”, non ho mai accolto con eccessivo entusiasmo la possibilità che a ricoprire il ruolo di presidente del consiglio sia una donna, se di quello che dice non riesco a condividere neanche una virgola; se non apprezzo il suo modo di muoversi, di stare su un palco, di fare della storia un revival di cui preoccuparsi. Eppure, una donna sarà presidente del consiglio: evento unico nella storia italiana di cui dovrei essere orgogliosa e invece mi confonde. Avrei preferito essere rappresentata da una persona, uomo o donna, autorevole e non autoritaria; una  persona che affascina e non trascina con i suoi discorsi; una persona con un sorriso rassicurante e non con un ghigno da tigre all’attacco.

Nel guazzabuglio che ha scatenato la politica negli ultimi tempi, ha vinto la rabbia. Vorrei fare mie le considerazioni di un giovane che stimo e scrive molto meglio di me: tra i vinti c’è sempre stato il desiderio di riscatto e per questo sono necessarie profonde valutazioni su cosa non ha funzionato. Perdere per riflettere su equilibri minati da opportunismi e cattiva gestione della politica. Quella vera.

Le nuvole e il pescatore

Tag

, ,

Nuvole grosse e scure

si specchiavano superbe

sulla superficie calma del mare,

mentre la notte iniziava

a stendersi sulle cose del mondo.

Cumuli di denso vapore,

carichi di maestoso stupore,

salutavano il giorno

che scivolava

tra le pagine

del grande libro della storia.

Erano lì raccontate le gesta

di re e regine,

di maghe e fattucchiere,

ma anche di quel pescatore che,

a fine giornata,

si avviava lento

verso la riva.

Solo, sul suo piccolo gozzo,

discuteva col mondo,

parlando una lingua a molti sconosciuta:

poche parole, essenziali,

scandite piano, quasi sottovoce.

Come quelle recitate dalle

nuvole grandi.

Brigitte

Tag

, ,

Salina, Lingua

Tra il 1858 e il 1862, le campagne del sud della Francia furono raggiunte da una terribile maledizione: la fillossera, un insetto che aveva infettato migliaia di barbatelle di viti, mettendo in ginocchio la già precaria vita dei contadini. Era arrivato dall’America quel parassita che aveva tolto il sonno a intere famiglie, tra cui quella di Brigitte che, un giorno, si trovò nella condizione di lasciare tutto per cercare un posto migliore dove vivere, magari imbarcandosi su uno di quei velieri che arrivavano al porto di Marsiglia.

In quegli anni, le acque del Mediterraneo erano solcate da grandi velieri, alcuni dei quali provenivano da un’isola, piccola ma tanto ricca, dove si produceva un’ottima Malvasia, vino denso, zuccherato, dorato. La sua fortuna risaliva al periodo tra il 1805 e il 1815, quando i soldati inglesi, di stanza a Messina durante le guerre napoleoniche, l’avevano scoperto e ne avevano consumate enormi quantità. Nel volgere di pochi anni, la flotta mercantile di Salina si fornì di decine di velieri e la terra fertile dell’antica Didyme, fu messa a coltura fino alle cime delle sue montagne, il Monte Porri e il Monte Fossa delle Felci.

Il padre di Brigitte aveva preso contatti con uno dei padron e una mattina aspettò di imbarcarsi, insieme alla sua famiglia, pronto a attraversare il Mediterraneo per raggiungere il luogo dove poteva continuare a coltivare la terra. Navigarono giorno e notte, fino a quando approdarono al porto di Santa Marina. La famiglia francese trovò una sistemazione nella piccola frazione di Lingua, dove Brigitte conobbe un giovane con il quale si sposò e, ancora giovane, ebbe dei figli.

La fillossera, inesorabile, raggiunse però anche le campagne di Salina e nel giro di pochi anni, anche le barbatelle piantate e coltivate sull’isola furono distrutte. I velieri dovettero interrompere il loro commercio: le viti,  annientate dal parassita, non diedero più frutto e l’economia dell’isola crollò improvvisamente. Molti emigrarono in Australia, altri in America. Anche i genitori di Brigitte lasciarono l’isola, portandosi dietro affetti, ricordi e progetti. La ragazza, rimase a vivere a Lingua e non tornò mai più nella sua amata Marsiglia.

– La mia mamma soffrì tanto di malinconia. Morì con un grande vuoto nel cuore. – Così ricorda la signora Maria, ormai avanti negli anni e che ancora vive sull’isola.

Il mare aveva raccolto insieme tutte le onde e le aveva portate lontano. Ne aveva dimenticata una piccola e fragile, che si dileguò sulla battigia di un paese dove non aveva scelto lei di approdare.

U cuttuni finicatu

Tag

,

Salina

Era pronta,

poteva uscire.

Il suo specchio, anche quel giorno,

approvava la sua figura,

che era certo molto bella ed avvenente.

Di mattina, molto presto,

aveva sciolto i nodi ai suoi capelli e,

per esser certa di un lavaggio intimo accurato,

aveva fatto un bel bidè col cuttuni finicatu*,

cosa questa di cui andava molto fiera

dato che, alle comari, ne parlava

come desse un buon consiglio.

Un rossetto di un colore bello acceso

sulle labbra sue carnose

e poi via,

per le strade del paese

ad attirare

occhi pettegoli e indignati,

pensieri sconci e sensuali.

Donne e uomini osservavano

l’andamento sculettante di Giovanna

che, altera, manteneva la schiena dritta

e lo sguardo sempre fiero.

Il marito l’amava assai

e beveva anche tanto.

Al piacere del buon vino,

associava il desiderio di poter dimenticare

certi sguardi sospettosi e irriverenti.

Mentre lei passeggiava,

lui saliva su in montagna.

Capitava, che sotto un albero

Giuseppino si addormentava

e da lì non si muoveva

fino a quando un paesano

non l’avesse già trovato.

In un impeto di affetto,

la sua moglie tanto bella

lo abbracciava e lo baciava,

intimandolo che mai più doveva darle

così tanta pena.

Ma poi era sempre la stessa storia:

lei sculettava, lui beveva e la gente “affettuosa”

lo andava a ritrovare,

come in un gioco paesano.

*cotone idrofilo

Un dolce fatto di nuvole

Tag

,

C’era una volta, al tempo delle favole, un’anima bella che aveva preso dimora nel cielo, accanto a un maestoso vulcano. Era passato tanto tempo da quando era scappata dal mondo chiaccheroso e rumoroso, seguendo la scia di un arcobaleno lontano. Si era spogliata di tutte quelle parole inaspettate come frecce appuntite che brillavano di sangue e di dolore; aveva dimenticato l’attesa di sguardi che credeva sinceri e invece le avevano graffiato il cuore bambino che non era mai cresciuto.

C’erano però cose che non avrebbe mai dimenticato: l’odore del mare e della terra bagnata dalla pioggia; il colore gioioso delle erbette selvatiche e la fragranza dei fiori di primavera; il profumo del mosto e le risa festose dei bambini.  Erano cose che un vento generoso, di tanto in tanto, trasportava per le vie del cielo rallegrando le stelle, i pianeti e tutti gli abitanti di quel mondo celeste.

Presto, presto, allora, l’anima bella  raccoglieva un tantino di fuoco dal vulcano, delle nuvolette chiare come albumi di uova fresche di giornata, alcuni soffi di aria fresca e gocce di pioggia leggera. Montava tutto con un vortice veloce di maestrale, fino a formare una bella torta ripiena d’amore vero e dolci ricordi. Quando passavano di lì tutte le cose belle della vita, facevano onore a quell’immensa soffice bontà,  lanciando sorrisi carichi di gioia.