La strada, teatro umano più imprevedibile che possa esistere

Tag

,

Etna

Un uomo corre per strada, prima con un incedere calmo come se avesse solo fretta di arrivare da qualche parte. Poi accelera il passo, corre più veloce: forse ha paura di non arrivare in tempo alla fermata dell’autobus. Ha un cappello di lana da cui escono i capelli grigi di uno che ha già una certa età. Sarà già andato in pensione e vive la sua vita tra il trascorrere lento dei suoi giorni e la solitudine di una casa troppo fredda. Indossa una giacca pesante di taglia grande, 50-52, e corre. All’improvviso, qualcuno da un supermercato lo chiama:

-Signore, signore…!-

e lui corre più forte. Due giovani uomini gli vanno dietro, corrono anche loro. L’uomo imbocca una traversa e i due uomini lo raggiungono, lo fermano e gli tolgono la busta che si stava portando dietro. Aveva rubato. Non si fa, è una trasgressione, è un atto ignobile. E’ una mancanza di rispetto nei confronti del lavoro di tante persone che si sono spese, che si sono alzati presto al mattino, che hanno affrontato fatica e freddo perché quel pacco di biscotti potesse arrivare sugli scaffali del supermercato. Eh sì, perché non poteva esserci altro in quella busta gialla, un pacco di biscotti. Una busta gialla e tre uomini per strada: due offesi dal gesto, uno che allargava le braccia dopo il fattaccio fallito.

Capelli grigi, giacca taglia 50-52, passo veloce ma non abbastanza e tanta voglia di interrompere, con una “bravata”, lo scorrere lento dei suoi giorni.

La saggezza di Sancio

Tag

, , , ,

Castiglione di Sicilia

Signore, la malinconia non è fatta né per le bestie né per gli uomini: ma se questi vi si abbandonano disperatamente, diventano bestie. Torni in sé vossignoria, ripigli la briglia di Ronzinante, si faccia coraggio, si desti e spieghi quella gagliardia che è tutta propria dei cavalieri erranti. Che diamine è questo? Che avvilimento è quello di vossignoria? Siamo noi qua, o in Francia? Il diavolo si porti quante Dulcinee si trovano al mondo, ché la salute di un solo cavaliere errante deve andare innanzi agli incanti ed alle trasformazioni tutte del mondo.

Miguel de Cervantes, DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA

La strada dorata

Tag

, ,

E tu, chi sei

che ogni giorno dallo spazio lontano

scrivi storie

per inondarci

il cuore di sogni

per poi sparire la notte

lasciandoci soli e delusi?

Da un punto indefinito dello spazio avanzava una donna, piegata dai suoi anni. Lentamente attraversava il cielo con lo sguardo, seguendone un tratto così come si segue una melodia nostalgica, interrotta da silenzi e amore grande. Le note avanzavano e si lasciavano attraversare da quegli occhi incantati. Al sole piacque quel sogno musicale e dipinse d’oro i sentieri su cui la figura leggera si liberava man mano dai suoi pensieri, immaginando di cambiare i suoi abiti tristi, in vestiti di morbida organza. Una nuvola accorse e le donò un abito scintillante, dorato come la strada dipinta dal sole. Le note della melodia la presero per mano e la fecero danzare: un giro e poi un altro, una promenade e un inchino e poi ancora una giravolta fino alla piazza splendente di sole. Arrivò la notte e si spensero le luci dorate. La donna raccolse il suo corpo, diventato all’improvviso pesante, e si avviò verso casa. Trovò un uomo silenzioso e imbronciato, in attesa che lei svolgesse tutte le mansioni affinché la cena fosse finalmente servita. Si fece tardi, molto tardi e lei era tanto stanca. Sentì le spalle dolenti, il cuore lento, le gambe pesanti e gli occhi persi nel buio di quella stanza fredda. Durante la notte sentì uno strano ticchettio alla finestra che si accordava con il battito del suo cuore: prima piano e poi, man mano, più insistente fino a sentire quel muscolo in mezzo al petto bussare forte alle pareti della sua anima. Sgranò gli occhi, portò le mani al petto e ascoltò una voce che si faceva largo tra le tenebre e la chiamava. Si addormentò e in quel sonno si vide lasciare il suo corpo disteso sul letto mentre lei seguiva una scia luminosa per percorrere una via dorata dove danzare avvolta in un abito di seta leggera. L’uomo la sentì agitarsi nel sonno, le si avvicinò, la scosse, la chiamò. Lei non rispondeva. Continuò a chiamarla come mai avesse fatto prima, la baciò e la strinse a sé come da tempo non sapeva più fare. Le diede il suo respiro e lei tornò dal suo sonno. Gli raccontò della strada dorata e lui lesse in quegli occhi la solitudine. Dove era stato? Cosa aveva fatto? Si addormentò vicino a lei e insieme sognarono la strada dorata.

Il geco di Palomar

Tag

, ,

Se ogni materia fosse trasparente, il suolo che ci sostiene, l’involucro che fascia i nostri corpi, tutto apparirebbe non come un aleggiare di veli impalpabili ma come un inferno di stritolamenti e ingerimenti. Forse in questo momento un dio degli inferi situato al centro della terra col suo occhio che trapassa il granito sta guardandoci dal basso, seguendo il ciclo del vivere e del morire, le vittime sbranate che si disfano nei ventri dei divoratori, finché alla loro volta un altro ventre non li inghiotte.

Italo Calvino, Palomar

Il mondo che guarda il mondo

Tag

, , ,

Porticciolo di Ognina, Catania. In fondo l’Etna, a Muntagna, avvolta dalle nuvole.

Di solito si pensa che l’io sia uno che sta affacciato ai propri occhi come al davanzale d’una finestra e guarda il mondo che si distende in tutta la sua vastità lì davanti a lui. Dunque: c’è una finestra che si affaccia al mondo. Di là c’è il mondo; e di qua? Sempre il mondo: cos’altro volete che ci sia? Con un piccolo sforzo di concentrazione Palomar riesce a spostare il mondo da lì davanti e a sistemarlo affacciato al davanzale. Allora, fuori della finestra, cosa rimane? Il mondo anche lì, che per l’occasione s’è sdoppiato in mondo che guarda e mondo che è guardato.

Italo Calvino, Palomar

Un buon proposito

Tag

Ancora un altro fine anno. E un altro inizio d’ anno carico di buoni propositi. Come ogni inizio d’ anno. Come se la buona riuscita della nostra vita dipenda da un anno che arriva e può regalarci cose buone o cose cattive. Il sole sorge ogni giorno e ogni giorno tramonta e noi assistiamo, vivendo, alla grande giostra che è la vita. Una sola cosa vorrei. Vorrei, no “voglio”. “Voglio”, mi è sembrata sempre una parola pretenziosa, arrogante, indelicata. Vorrei, perché non è detto che ciò che ho nel cuore sia sempre possibile. Vorrei, sì vorrei che la bellezza ci sia sempre vicina, che lo stupore ci accompagni ogni giorno della nostra vita. Meraviglia, ecco cosa vorrei augurare. Sempre.

Il grande albero

Tag

, , , ,

Un grande albero osserva me mentre io osservo il dispiegarsi della storia. Ne ascolto il battito, il respiro, immaginando di leggere tra le pieghe del paesaggio, osservando ogni pietra, ogni elemento da cui evaporano parole e immagini. Una colata di asfalto raggiunge antichi basolati in pietra. Corde tese scorrono attraverso carrucole, in un andare e venire di bucato che profuma di pulito e di futuro: vestiti stesi al sole, rigeneratore di vita, raccontano di bambini che popoleranno la piazza nel pomeriggio, quando saranno liberi dai loro impegni scolastici. Non è grande questo scrigno circondato di storia che si perde nei secoli. In queste ore del mattino, il palazzo Asmundo, che da’ il nome alla piazza ed è uno splendido esempio del barocco catanese, resta all’ombra come una vecchia signora che ha paura di esporsi alla luce del sole: guarda con orgoglio la via Crociferi che le sta di fronte ( tra vecchie e nobili signore ci si intende) e si fa espressione di quella rinascita cittadina avvenuta dopo il terribile terremoto del 1693. Da un lontanissimo passato sento lo scalpitio rumoroso e cadenzato dei cavalli del conte Ruggero, al cui seguito la famiglia Asmundo aveva raggiunto la Sicilia. Originari di Pisa, ricoprirono importanti ruoli nella storia politica e culturale dell’isola. 1434: Adamo Asmundo, insieme a Battista Platamone, membro di un’altra famiglia prestigiosa nel ‘400, fondava l’Università degli studi di Catania, una delle più antiche d’Italia e del mondo.

Cosa nasconde l’ albero che continua a guardarmi, che continua a stuzzicare la mia curiosità? Un edificio, grande, maestoso e severo alle sue spalle odora di rigore e sapienza: un antico monastero dei gesuiti ormai dismesso, dimenticato. Le imponenti finestre si affacciano su via della Mecca e consegnano all’ albero le voci sapienti dei monaci che nel ‘700 popolavano il convento. Via della Mecca. No, non è un riferimento ad antiche religioni orientali, ma al grande sogno di un uomo che agli inizi del ‘900, aveva pensato a una casa cinematografica, l’ Etna Film, che nell’ idea di don Alfredo Alonzo doveva essere guardata come un miraggio, come un grande esempio per tutto il mondo.

Tra i rami del grande albero maturano storie e leggende e come frutti ormai troppo maturi, aspettano che qualcuno le raccolga e ne apprezzi il sapore.

Devo andare.