Immagine

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Era una calda giornata di primavera e le campane avevano da poco adempito al loro compito quotidiano di festeggiare le dodici in punto. Seduta a osservare la quiete che mi circondava, mi lasciavo accarezzare dal tepore del sole, mentre giravo lo sguardo ora a osservare un angolo di cielo attraversato da svolazzanti nuvole bianche, ora una grossa e generosa pianta di gerani, ora un albero di limoni che da tanti anni regalava frutti in abbondanza. Ad ogni immagine mi soccorreva la nostalgia di un tempo che non c’era più e di una vita che immaginavo diversa. Qualcuno aveva dipinto per me un mondo che avrei per sempre amato ed io ero lì, ancora, a farmi abbracciare dai colori di un quadro dove entravo e uscivo con l’alternarsi delle emozioni, con il trascorrere del tempo, con il cuore sempre pieno di attese.

I’ vo piangendo i miei passati tempi

i quai posi in amar cosa mortale,

senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale 

per dar forse di me non bassi essempi.

Petrarca, Canzoniere

Infatati

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C’è qualcosa di magico nella vita di ognuno

e la magia è affare di fate e di streghe.

Viviamo,

abitiamo questo mondo,

ci prendiamo cura delle cose a noi più care

e a volte

sentiamo uno strano movimento in fondo all’anima,

come se fossimo abitati da un essere misterioso,

una fata,

che si muove come un’ onda del mare:

arriva,

si manifesta

e lascia il segno

in quello spazio indefinito 

attraversato dalle vie segrete del cuore e dell’anima,

dove trovano casa tutti i desideri che non conosciamo,

a cui tendiamo senza sapere a cosa aneliamo.

Così per tutti gli anni della nostra vita,

fino a quando il tempo a noi concesso scade

e i giorni scivolano veloci

verso quella che sarà la nuova dimensione dove abitare:

la memoria.

Vita da geco

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Non aveva scelto lui di vivere per sempre impigliato tra la rete metallica di una finestra. C’era finito un giorno mentre inseguiva un piccolo moscerino che così come era entrato tra le maglie della rete, così ne era uscito. Lui, invece, correndo veloce all’inseguimento, finì per inciampare e una zampina gli rimase impigliata tra quelle maglie, costringendolo a rimanere in quell’angolo dove non arrivava nessuno se non l’odore dei limoni dell’albero che viveva di fronte alla finestra, il vento rumoroso e vivace, la luce del giorno e il bagliore argenteo della luna. Faceva parte di una famiglia di gechi che abitava tranquilla tra le pareti di un’antica casetta. C’era papà geco, grosso e severo; mamma geco, sempre indaffarata; e tanti gechini che scorrazzavano tra quelle mura dove non mancava certo da mangiare: zanzare, farfalline e moscerini, ottimi in qualsiasi momento della giornata. Bloccato in quella rete, pensò a quanto si era divertito fino ad allora. Ricordò quella volta quando aveva deciso di dare la caccia a un coleottero che si era fermato in prossimità di una luce a neon che brillava ignara di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco sulle pareti della casa dei gechi. Quatto, quatto s’era avvicinato all’ insetto che se ne stava tranquillo a godersi la luce artificiale. Cercando di valutare le possibilità di attacco, aveva osservato a lungo la sua preda. Decise allora di avanzare lentamente, ma il coleottero lo vide e si spostò di qualche centimetro. Era un bell’ esemplare, grosso e robusto, ma al piccolo geco non gli era passato minimamente per la mente che si stava impegnando in un’impresa difficile: era fermamente convinto di potercela fare. Pensò di muoversi sfruttando l’effetto sorpresa: fece un giro largo e gli arrivò quasi vicino, così vicino che aprì la bocca per afferrarlo. Quello però si spostò ancora, dirigendosi verso il cornicione della porta. Missione fallita, bisognava escogitare un nuovo piano di attacco. Sempre lentamente, percorse la parete e si posizionò nei pressi del cornicione. Valutò con calma se attaccare dall’alto o dal basso, mentre il coleottero si godeva la sua tranquillità  in quella notte così prodiga di luce: il neon, la luna… Il gechino approfittò di quel momento di estasi e raggiuntolo alle spalle aprì la bocca e lo afferrò. Eh sì, lo afferrò e basta, perché ingoiare quel “mostro” era proprio difficile. Per qualche secondo aveva creduto di avere vinto la sua battaglia, ma dovette accettare ben presto l’idea della sconfitta. Mollata la preda, si allontanò con le mandibole doloranti e il suo orgoglio ferito. Ma quanto era stato geniale, coraggioso, e quanto era stato divertente! Non gli sarebbero più capitate avventure del genere, né di altro tipo. La casa venne distrutta e la sua famiglia dovette trovare un altro posto dove stare. Qualcuno recuperò la finestra con la rete metallica e vide il gechino immobile e ormai rinsecchito. Provò tanta tenerezza e gli disegnò intorno tanta luce e fiori e ricordi e la sua sorte fu quella di non scomparire mai. Avrebbe fatto immaginare ad altri le sue imprese, mentre lui, in silenzio e immobile, avrebbe vissuto ancora, ma in maniera diversa.

Una casa senza misura

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C’era una volta una vecchina che viveva in una grande casa situata tra la roccia vulcanica di un antico monte e il mare; una casa dove non aveva nessun senso parlare di misura perché tutto era dilatato. Solo una cameretta aveva un solaio in legno. Qui la vecchina custodiva gli utensili e trovava riparo quando fuori imperversava il vento, la pioggia e il freddo della notte. Chiudeva quindi l’antica porta in legno, dipinta in azzurro come il mare a cui si rivolgeva, e se ne stava tranquilla a preparare minestre e marmellate. Il resto della casa aveva come tetto il cielo e come pareti alberi, arbusti e ginestre odorose. Era proprio in questa parte più grande della casa che Asteria trascorreva la maggior parte della sua vita. Di giorno ospitava le caprette bianche della luna che pascolavano libere nel versante più a nord dell’isola. Di notte si distendeva ai piedi di un grande albero di ulivo a osservare le stelle. Da tempo ormai viveva su quell’ isola dove nulla le era mai mancato. Un giorno, vecchia e stanca, decise di fare testamento.

Presto tornerò ad abitare tra le stelle, mie sorelle. Lascio la mia grande casa a tutti quelli che, con rispetto, vorranno assaporare la gioia di immergersi nei colori di questa meravigliosa parte della Terra. Mai dovrà essere chiusa la cameretta, è antica e obbedisce al vecchio rito dell’ospitalità. Non sperperate ciò che vi è stato offerto, ma donate con amore quel che più vi aggrada. Una cosa ancora chiedo: non dimenticate mai di chiudere bene sempre la pompa che tira su l’acqua del pozzo, le api sono solite trovare lì un rifugio  e non sanno che potrebbero annegare.

Ripose quindi il foglio su una pietra vicino la casetta e, quando arrivò la notte, attese una capretta che l’accompagnò in cielo.

*Asteria era, nella mitologia greca, una dea delle stelle. Per sfuggire a Zeus, Asteria si trasformò in quaglia. Precipitò però in mare e fu trasformata dallo stesso Zeus in un’isola vagante sulle onde.

La Praiola

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Salina

Quel giorno di primavera si decise di andare alla Praiola. Nonostante avessi vissuto tanti anni sull’isola, pensavo che avremmo raggiunto un campo dove crescevano spontanei rigogliosi papaveri e profumato finocchietto selvatico, come in tanti appezzamenti di terra coltivati a ortaggi o capperi. Per questa mia convinzione non mi impegnai mai a saperne di più, né, tra i miei amici o conoscenti, qualcuno mi aveva mai invitata a fare una passeggiata da quelle parti. Così, quando ricevetti l’invito, accettai volentieri, pensando sempre che sarei arrivata in un campo pieno di papaveri. Partimmo presto quel pomeriggio e iniziammo a seguire uno stretto sentiero, un percorso che si faceva largo tra antichi terrazzamenti abitati da secolari alberi di ulivo, severi nella loro arcaica maestosità, e allegre ginestre odorose la cui chioma ramificata sembrava volere accarezzare i visi di chi in quel momento popolava quella parte di montagna. La terra arida, le pietre disseminate lungo il cammino e l’idea di incontrare serpi che avrebbero sfidato l’audacia di qualunque visitatore, imponeva una certa attenzione. Quindi era necessario  fermarsi di tanto in tanto se si voleva  guardare il mare che ai piedi della montagna si mostrava così trasparente da mostrare gli scogli sott’acqua, per poi, man mano, abbandonare il verde riflesso alla riva, per diventare più blu e poi sbiadire fino a quando sembrava congiungersi con il cielo. Dopo un breve intervallo di abbandono poetico, bisognava tornare sui propri passi e godere  dell’odore delle erbe selvatiche e del brivido improvviso che attraversava la schiena quando si avvertiva un fruscio: avevamo infastidito un serpente? Arrivammo a Valle Spina e fu tutta una sorpresa. Non c’erano papaveri, ma un grande spazio aperto, una fetta di mondo, specchio di tutto ciò che la circondava, capace di generare una catena di emozioni che si espandeva come galassia che pulsava di vita. E la Praiola?  Un tratto di costa, alla fine di una scarpata dove la roccia si tuffava, dove la sera si poteva osservare la magia di un amore negato: dopo un rapido sguardo, il sole e la luna si dicevano addio mentre l’uno spariva sul suo cavallo dorato e l’altra  sorgeva, illuminando la costa di luce argentata.

La seppia con una sardina in pancia

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Salina

Ricordo che mia madre chiedeva ai pescatori dell’ isola di farle recapitare a casa il pesce fresco, quando il mare permetteva loro di andare al largo con la barca. Con il pesce arrivava anche l’odore del mare, il suo carattere forte e deciso, la sua volontà di raccontare sempre storie a chi era pronto a farsi coinvolgere dalla sua immensa salinità. I pescatori arrivavano a casa con i capelli arruffati, con gli occhi desiderosi di sonno e con un sorriso benevolo e stanco. Dimenticavo! Arrivavano portando tra le braccia una cassetta di legno dove disposti in fila e ordinati vi erano i pesci. Mia madre li sceglieva e li portava subito in una piletta di marmo che si trovava in giardino e lì cominciava il rito della pulizia del pesce, rigorosamente a mani nude: il mare non poteva ammettere intermediari come un paio di guanti di gomma. Capitò una volta che nella pancia di una seppia era nascosta una sardina, ancora integra, non digerita. Mi vennero in mente le storie di Giona, antico profeta disubbidiente finito dentro la pancia di un pesce dopo che una tempesta aveva messo in pericolo  la nave su cui stava viaggiando; ma anche le avventure di Pinocchio che dentro la pancia di un pescecane trovò il povero Geppetto seduto davanti alla fioca luce di una candela. A distanza di anni penso a quante volte ci siamo sentiti come quella sardina, come Giona o come Pinocchio, senza la possibilità di aprire le braccia per accogliere qualcuno, senza poter proferire parola perché gli eventi ci hanno confusi. La pandemia, la guerra, la solitudine che affina i suoi coltelli man mano che il tempo passa. Le favole ci insegnano che sognare non costa nulla e non ci resta che aspettare che arrivi il tempo e il modo di uscire da questa strana “pancia” che è la nostra storia:  Giona e Pinocchio sono usciti dalla pancia dei pesci che li avevano ingoiati e a modo suo anche la sardina ne è uscita. Certo, con esiti diversi.