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Cominciai la mia avventura scolastica a Palermo proprio nei pressi del mercato storico di Ballarò, cuore pulsante di un quartiere normanno il cui nome, Albergheria, indica una terra a mezzogiorno, illuminata da un sole raggiante. Albergheria, da Albahar, nome con cui i saraceni chiamarono “mare” quel lago così grande e vasto dentro la città, probabilmente formato dall’incontro di due fiumi, il Papireto e il Kemonia, ricco di pesci e circondato da un muro adorno di barchette d’oro e d’argento. Il mercato era allora frequentato da mercanti arabi che da Bahlara, villaggio nei pressi di Monreale, popolavano ogni giorno il quartiere dell’ Albergheria per vendere, comprare, litigare e scendere a patti.

Quanto basta per immaginarsi in una storia da Mille e una notte.

Nel XVIII secolo, in una delle case dell’antico rione nasceva Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro. Figlio di un mercante di stoffe, fu alchimista, mago, avventuriero, falsario, guaritore e, durante il secolo dei lumi, trascorse la sua vita girovagando in lungo e in largo per le corti di tutta Europa. La sua vita e la sua morte sono avvolte dal mistero e, secondo una leggenda popolare che circolava tra le vie del quartiere dell’ Albergheria, il suo corpo era arrivato in Sicilia e sepolto in una nicchia delle catacombe dei Cappuccini a Palermo.

Frequentavo la scuola media del Protonotaro che si trovava su una strada stretta, un cordone di congiunzione tra il quartiere dell’Albergheria da sempre popolata da mercanti, maghi, donne vocianti per le strade, e il Cassaro, elegante e signorile, ricco di palazzi, chiese e monasteri. Questo budello di congiunzione tra le due facce più emblematiche di Palermo portava lo stesso nome della scuola.

Il Protonotaro era un personaggio potentissimo in epoca normanna e sveva, con incarichi importanti. Era un consulente del re. Come non pensare a Pier della Vigna, protonotaro alla corte di Federico II di Svevia che Dante immagina di incontrare nel secondo girone del VII cerchio dell’Inferno. Il nome di questa via non ricorda lo sfortunato personaggio dantesco, ma don Ignazio Papè, Protonotaro del Regno delle due Sicilie verso la metà del 1700, che proprio lì aveva la sua sontuosa residenza, con ampi saloni e affaccio sul Cassaro.

Andavo e tornavo da scuola a piedi, attraversando voci, colori, misteri conditi dai profumi di una tradizione che resisteva al tempo; ascoltando le storie che da ogni angolo, da ogni pietra sembravano sgorgare; osservando stupita le bancarelle del mercato cariche di frutta, verdure, spezie e aromi che si alternavano a quelle del pesce, della carne, delle olive, delle conserve, del pane. Tra la baraonda di parole abbanniate che saltellavano scoppiettanti tra la merce esposta, se ne sentiva qualcuna che, attraversando il mercato con flemma indicibile, portava con sé un odore forte, come di pizza riccamente condita.

-Cavuru, cavuru è!²-

Ma come? Faceva già caldo! Un uomo trainava a mano il suo carretto e ignaro del trascorrere delle stagioni, attirava la gente con la sua voce e il forte odore di focaccia, salsa di pomodoro, cipolla, formaggio, mollica. Un ciavuru, un odore che attraversava le narici e inebriava la mente tanto che, anche in estate, lo sfincione si preferiva al cono gelato.

E poi panelle e crocchette di patate gialle come il sole e panini con la milza cotta nella sugna bollente come la terra di mezzogiorno… lanciavano il loro invito da bottegucce affollate di gente, che ogni giorno transitava per il mercato di Ballarò.

-Che mangiamo stasera?-

-Niente, vai a Ballarò e prendi quattro panini con panelle e crocchè.-

E quel niente si condiva di forti sapori e intensi profumi. Niente, solo un po’ di storia e tanta vita.