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Travolte dalla valanga della dimenticanza, tutte le storie erano annegate nel profondo di un pozzo dove desueta era considerata qualsiasi tipo di tenerezza. Il pozzo era profondo, buio e le pareti esterne di mattoni pesanti erano battute dalle canzoni del mare: le note arrivavano a stento ad attraversare quel muro di silenzio e le storie diventavano più tristi, costrette in quella stentata percezione di armonia.      Le parole del mondo vagavano stanche, indebolite dalla perdita di significato che avevano subito, dopo che le radici che trasportavano loro la linfa per potersi sempre trasformare e raccontare, erano state spezzate. In una stagnazione di tempo senza tempo, non riuscivano a scambiarsi vocali e consonanti per dire e indicare pensieri, per legarsi ancora a vecchi simboli, a antiche storie per crearne ancora. Erano diventate tutte uguali, sbiadite, prive di forza di significato.

Bisognava trovare un modo per liberare le storie dal pozzo. Si decisero quindi a partire. Attraversarono strade, colline, montagne e arrivarono in un bosco di alti castagni dove un folletto regalò loro un ramoscello d’oro, la chiave di accesso al pozzo lambito dalle onde. Scivolarono lungo una stradina odorosa di vento, di mare e colorata di ibiscus e piante profumate di terra generosa che aspettava di essere raccontata.  

Come foglie trasportate dal vento, leggere discesero all’interno del pozzo. Il ramoscello d’oro illuminava le pareti e segnava il cammino all’interno di quello spazio oscuro. Man mano che si proseguiva, il buio si faceva più fitto, le ombre delle storie lanciavano lamenti, richiami malinconici. Il ramoscello d’oro si lanciò sul fondo del pozzo e migliaia di raggi luminosi invasero le pareti tenebrose. Le storie vivificate da quella luce nuova, raggiunsero presto le parole fortificandosi e lanciandosi alla volta del cielo e del mare.

Il ramoscello d’oro aveva sprecato tutta la sua energia e, quando la sua missione fu conclusa si spense come seme che muore per donare nuova vita.

Ciò detto la veggente antica aggiunse:

«Ma ora avanti! Ora il cammin riprendi

l’opra compiendo che intrapresa incalza!

Già l’alte mura vedo costruite

nelle fumanti fabbriche dell’Etna,

e l’arco della porta ci fronteggia

ov’è prescritto a noi di porre il dono.»

Ciò detto, insieme, e per oscure vie

l’interposta distanza superando,

s’appressano alla soglia; ed ivi giunto

di pure linfe asperse Enea le membra

e il ramoscello al limitare affisse.

Virgilio, ENEIDE, libro sesto