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Non aveva scelto lui di vivere per sempre impigliato tra la rete metallica di una finestra. C’era finito un giorno mentre inseguiva un piccolo moscerino che così come era entrato tra le maglie della rete, così ne era uscito. Lui, invece, correndo veloce all’inseguimento, finì per inciampare e una zampina gli rimase impigliata tra quelle maglie, costringendolo a rimanere in quell’angolo dove non arrivava nessuno se non l’odore dei limoni dell’albero che viveva di fronte alla finestra, il vento rumoroso e vivace, la luce del giorno e il bagliore argenteo della luna. Faceva parte di una famiglia di gechi che abitava tranquilla tra le pareti di un’antica casetta. C’era papà geco, grosso e severo; mamma geco, sempre indaffarata; e tanti gechini che scorrazzavano tra quelle mura dove non mancava certo da mangiare: zanzare, farfalline e moscerini, ottimi in qualsiasi momento della giornata. Bloccato in quella rete, pensò a quanto si era divertito fino ad allora. Ricordò quella volta quando aveva deciso di dare la caccia a un coleottero che si era fermato in prossimità di una luce a neon che brillava ignara di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco sulle pareti della casa dei gechi. Quatto, quatto s’era avvicinato all’ insetto che se ne stava tranquillo a godersi la luce artificiale. Cercando di valutare le possibilità di attacco, aveva osservato a lungo la sua preda. Decise allora di avanzare lentamente, ma il coleottero lo vide e si spostò di qualche centimetro. Era un bell’ esemplare, grosso e robusto, ma al piccolo geco non gli era passato minimamente per la mente che si stava impegnando in un’impresa difficile: era fermamente convinto di potercela fare. Pensò di muoversi sfruttando l’effetto sorpresa: fece un giro largo e gli arrivò quasi vicino, così vicino che aprì la bocca per afferrarlo. Quello però si spostò ancora, dirigendosi verso il cornicione della porta. Missione fallita, bisognava escogitare un nuovo piano di attacco. Sempre lentamente, percorse la parete e si posizionò nei pressi del cornicione. Valutò con calma se attaccare dall’alto o dal basso, mentre il coleottero si godeva la sua tranquillità  in quella notte così prodiga di luce: il neon, la luna… Il gechino approfittò di quel momento di estasi e raggiuntolo alle spalle aprì la bocca e lo afferrò. Eh sì, lo afferrò e basta, perché ingoiare quel “mostro” era proprio difficile. Per qualche secondo aveva creduto di avere vinto la sua battaglia, ma dovette accettare ben presto l’idea della sconfitta. Mollata la preda, si allontanò con le mandibole doloranti e il suo orgoglio ferito. Ma quanto era stato geniale, coraggioso, e quanto era stato divertente! Non gli sarebbero più capitate avventure del genere, né di altro tipo. La casa venne distrutta e la sua famiglia dovette trovare un altro posto dove stare. Qualcuno recuperò la finestra con la rete metallica e vide il gechino immobile e ormai rinsecchito. Provò tanta tenerezza e gli disegnò intorno tanta luce e fiori e ricordi e la sua sorte fu quella di non scomparire mai. Avrebbe fatto immaginare ad altri le sue imprese, mentre lui, in silenzio e immobile, avrebbe vissuto ancora, ma in maniera diversa.