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Salina

Ricordo che mia madre chiedeva ai pescatori dell’ isola di farle recapitare a casa il pesce fresco, quando il mare permetteva loro di andare al largo con la barca. Con il pesce arrivava anche l’odore del mare, il suo carattere forte e deciso, la sua volontà di raccontare sempre storie a chi era pronto a farsi coinvolgere dalla sua immensa salinità. I pescatori arrivavano a casa con i capelli arruffati, con gli occhi desiderosi di sonno e con un sorriso benevolo e stanco. Dimenticavo! Arrivavano portando tra le braccia una cassetta di legno dove disposti in fila e ordinati vi erano i pesci. Mia madre li sceglieva e li portava subito in una piletta di marmo che si trovava in giardino e lì cominciava il rito della pulizia del pesce, rigorosamente a mani nude: il mare non poteva ammettere intermediari come un paio di guanti di gomma. Capitò una volta che nella pancia di una seppia era nascosta una sardina, ancora integra, non digerita. Mi vennero in mente le storie di Giona, antico profeta disubbidiente finito dentro la pancia di un pesce dopo che una tempesta aveva messo in pericolo  la nave su cui stava viaggiando; ma anche le avventure di Pinocchio che dentro la pancia di un pescecane trovò il povero Geppetto seduto davanti alla fioca luce di una candela. A distanza di anni penso a quante volte ci siamo sentiti come quella sardina, come Giona o come Pinocchio, senza la possibilità di aprire le braccia per accogliere qualcuno, senza poter proferire parola perché gli eventi ci hanno confusi. La pandemia, la guerra, la solitudine che affina i suoi coltelli man mano che il tempo passa. Le favole ci insegnano che sognare non costa nulla e non ci resta che aspettare che arrivi il tempo e il modo di uscire da questa strana “pancia” che è la nostra storia:  Giona e Pinocchio sono usciti dalla pancia dei pesci che li avevano ingoiati e a modo suo anche la sardina ne è uscita. Certo, con esiti diversi.