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Quando ero bambina c’erano tante cose che stuzzicavano la mia meraviglia. Di queste, molte  rimanevano lì sempre pronte a sollecitare il mio desiderio di poesia, di magia, di ricerca di un mondo incantatore: il mare, il vento, il vociare festoso di mercati affollati. C’erano però alcune “cose” più intime, più chiacchierine a cui era dato poco tempo per raccontarsi. Apparivano, o meglio, facevano capolino da un cassetto dal fondo profondo cento anni e cominciavano a svelare immagini, situazioni, parole, come a voler lasciare un lembo di fantasia, una traccia della loro esistenza per poi sparire nel fondo dei loro cento anni senza dire più nulla. Avrò visto due o tre volte uno strumento da ricamo che mia madre custodiva gelosamente avvolto in un lenzuolo di lino. Era un tombolo appartenuto a una zia della mamma, una zia monaca dal caratterino vivace. Mia madre era una che amava il cunto e il canto e sopra il cilindro del tombolo e attorno ai tanti fuselli ricamava la storia della zia, monaca non certo per devozione, e delle suore di clausura del convento di Santa Caterina. L’antico convento sorgeva nel cuore del centro storico di Palermo, lì dove mia madre cresceva tra giochi e storie antiche. Seguendo la trama del ricamo sul tombolo, intesseva la storia di monache operose. Delle donne in clausura votate a Dio non si sapeva nulla se non che usavano una sorta di ruota per comunicare con la vita fuori dal convento. Su quella ruota passavano ricami per le spose, dolci prelibati e anche orfanelli, bimbi avvolti in fasce di cui le monache si prendevano cura. La zia era tosta, una specie di monaca di Monza, ma aveva appreso l’arte del ricamo a tombolo in maniera esemplare come a volere descrivere la bellezza di un mondo che le esplodeva dentro. La mamma ci consegnava, con il suo racconto, un mondo pieno di vita che si muoveva tra il dentro e il fuori dell’antico convento: cannoli profumati di ricotta, ragazze madri disperate, giochi di bambini, strade affollate da mercanti di ogni genere, ricami perfetti avvolti dal silenzio delle mura del convento. Finito il cunto, il tombolo veniva riavvolto nel lenzuolo di lino e riposto nel cassetto dal fondo di cento anni, lasciando un drappo sempre visibile a chi di quel tombolo ne aveva ascoltato la storia.

Quante cose custodisce una casa! Drappeggi invisibili, appesi per sempre alle porte del cuore.

Di tanto in tanto mio padre prendeva una specie di fagotto nascosto su un alto scaffale, e lo apriva. Era un rito che si ripeteva a scadenze indefinite e con un pathos che coinvolgeva tutti noi in attesa di farci stupire dal misterioso involucro. Io ero la figlia maggiore. Questa cosa di essere la figlia maggiore è stata sempre una immane fatica. E’ stato come vivere due vite contemporaneamente: da una parte la bimba che cresceva e dall’altra la consigliera, la mediatrice, quella che riusciva a placare gli animi ogni qual volta scoppiava (nel vero senso della parola) una lite tra i miei genitori. Mia madre diceva spesso che non ero mai stata piccola perché il mio ruolo non me lo permetteva. Una volta dismesse le mie competenze pacificatrici, non ero più la “grande” ( cosa che pensavo mi desse qualche privilegio), dovevo stare attenta a non atteggiarmi a sapientona, pena l’isolamento, da cui neanche mia madre mi poteva salvare.

Ma torniamo al fagotto. Abracadabra…l’oro di famiglia. L’anello di fidanzamento di mamma, quello di papà, orologi, collane, collanine, anellini e poi…qualcosa uscita fuori da una storia antica di migrazione, amore, sofferenza, riscatto: un paio di occhiali da vista dalla montatura dorata, di metallo sottile, essenziale, con lenti rotonde di quelle che indossavano i maestri alteri di certi sceneggiati in bianco e nero. C’era anche una collana di pietre rosse, bigiotteria americana che raccontava di traversate sull’oceano, di una bimba cresciuta a New York e che, tornata al suo paese in Sicilia, si sposava, dava alla luce una nidiata di bambini e moriva qualche giorno prima di tornare in America. Io ero la grande e il mio nome fu il nome di quella nonna sfortunata, per segnare un ricordo, un dolore, una tenerezza negata. Abracadabra…il fagotto si richiudeva lasciandomi a vagare con la mente come una fata tra sogni belli e meno belli che mi avrebbero accompagnata per sempre, per ogni anno della mia vita.