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Sul fianco di una montagna senza nome e senza tempo, era cresciuta una piccola quercia. Mentre Chronos orchestrava il susseguirsi nel cielo del sole e della luna, nascevano altre querce che si strinsero attorno alla prima che era rimasta piccola mentre le altre crescevano, si ingrossavano e con alterigia sfidavano il vento e le piogge violente, evitando prudentemente di pensare. Dalla chioma della piccola quercia s’era distinto un ramo che si allungava a guardare le nuvole e i loro movimenti eleganti. Le scorreva vicino un fiume con incedere lento, come un vecchio saggio che ha tante cose da dire e aspetta qualcuno che lo ascolti. Un giorno arrivò un temporale. Piovve tanto e per tanti giorni. Il vento forte staccò dalla quercia quell’unico ramo che s’era allungato a guardare in cielo le nuvole e cercare un mondo dov’era possibile sognare: la piccola quercia e il suo ramo erano sicuri che sognare era importante quanto respirare. Quando il ramo si staccò, alla quercia mancò il respiro, si sentì mancare. Sentì che la sua vita non aveva più senso: chi avrebbe guardato per lei le nuvole belle? Chi le avrebbe più dato la gioia di sognare? Se un tempo lacrime calde raccontavano la forza di sentirsi comunque forte, comunque bella, si asciugarono anche quelle. Non si piange più quando ci si arrende.

Il ramo seguì la corrente del fiume e arrivò al mare. La felicità di quel mondo infinito lo investì e scelse una nuvola che facesse da messaggera. Le chiese di raggiungere la piccola quercia per raccontarle quello che aveva visto, per descriverle il bagliore di quel blu senza fine. La nuvola partì alla volta della montagna senza nome e senza tempo. Cercò la piccola quercia e non la vide. Al suo posto grandi querce svettavano altere, sazie della loro maestosità, felici di non coltivare alcun pensiero.