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Parto da una considerazione. Per carità, lontana da me l’idea di emulare certi slogan tristi e banali.

Sono siciliana e sono una donna. A voler dare credito ai dibattiti che sfrecciano di recente sui giornali e sui social, nella mia affermazione c’è tutto per considerarmi una sfigata. Il fatto è che ciò di cui si parla spesso è fondato su certezze secolari, dure a morire che vivono in un non-tempo, un tempo statico chiuso in una gabbia, da dove un orecchio attento può ascoltare le grida di dubbi che vogliono tornare alla vita.

La Sicilia è “strutturata” in modo tale che non è mai riuscita a dare risalto alle proprie risorse.

Le donne sono “strutturate” in modo tale che non possono fronteggiare l’avanzata trionfale degli uomini.

Ma se ribaltassimo le prospettive tanto da riuscire a scorgere che l’essere “differenti” è una risorsa, che inseguire un modello che vada bene per tutto e per tutti porta inevitabilmente al blocco della creatività, dell’ essere unici tra le mille cose del mondo?

Un territorio chiede attenzioni diverse secondo la sua posizione geografica e le sue tradizioni che vanno tutelate e mai dimenticate, pena l’appiattimento delle emozioni: cosa proverei io, siciliana, se spostandomi in un altro luogo trovassi le stesse cose, la stessa atmosfera che ho in casa? E lo stesso chi viene nella mia terra ha voglia di scoprire, di stupirsi, di curiosare. Di conoscere. Nessun territorio può essere considerato un problema, una questione da risolvere (da chi spesso non conosce i termini di tale problema), un groviglio di contraddizioni (io le definirei ricchezze multiple), se venisse osservato secondo le opportunità che offre, se si lasciasse ai limiti di diventare propositi e progetti.

Le donne. Ma davvero è necessario assumere atteggiamenti da soldati consumati, avanzando con passi pesanti di chi non ce l’ ha duro, ma ci prova?

Le donne sono diverse dagli uomini. Certo. Come il sole è diverso dalla luna; come il mare è un’altra cosa rispetto alla terra; come i fiori sono differenti dai frutti e le foglie dai rami; gli alberi dagli arbusti; i fiumi dai laghi; i pesci dai crostacei e i mammiferi dagli ovipari. Quanta ricchezza in queste differenze! Ogni cosa al mondo ha un suo ruolo, la sua insostituibile importanza. Cosa è mancato, quindi, alle donne perché il loro ruolo è stato così spesso sottovalutato? Non certo la spavalderia. Non serve. Ciò che è mancata è stata l’ autorevolezza, spesso, ancora oggi, in molti campi, prerogativa degli uomini che preferiscono descrivere come irrilevante l’esperienza delle donne.

Nell’Antico Testamento, pochi sono i racconti dedicati alle donne ma c’è una storia che racconta di una donna, Giuditta, che ha messo in atto tutta la sua femminilità per salvare il suo popolo. La sua autorevolezza è stata riconosciuta dal consiglio degli anziani, la sua voce è stata ascoltata e la sua strategia non è stata sbeffeggiata dagli uomini. Giuditta, donna autorevole,  una sorta di Ulisse buono al femminile, con l’inganno è riuscita a introdursi in uno degli accampamenti delle truppe di Nabucodonosor, conquistandone la fiducia. Non ha avuto bisogno di atteggiarsi a maschio furente. Il suo ingegno, la sua determinazione di donna sono bastati a portare a termine il suo piano.

Troppe donne vivono all’ombra di uomini che non riescono a liberarsi del fardello di una tradizione patriarcale che li ha fatti sentire dominanti. Si è detto che bisogna “educare la nuova generazione di maschi”. Bisogna educare anche le nuove generazioni di madri. In questa parentesi che è la vita, tutti devono avere il diritto di guardare al proprio destino con orgoglio. Le nuvole in cielo corrono libere di assumere ognuna la propria forma, di raggiungere ognuna il proprio traguardo.