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Di cosa proverei vergogna? Non certo di mostrarmi per quella che sono, di dire quello che penso. Non certo dei miei sentimenti, delle mie emozioni, delle mie paure; di sentirmi fragile come una foglia d’autunno; di vagare con la mente come nuvola leggera in un cielo azzurro come il mare. No, non saranno le mie debolezze a farmi provare vergogna, non sarà il mio cuore piccolo eppure così pieno di tutto quello che di bello riesco a cogliere attorno a me.

Sicuro proverei vergogna nell’arrecare danno a qualcuno.

Proverei vergogna a vedere negli occhi di un uomo, di una donna, di un cane, un gatto, un uccellino, un disagio che volontariamente vorrei procurargli e per fare questo cercare complici per sopraffarlo.

Proverei vergogna nel provare soddisfazione, godimento nella sottomissione di qualcuno e chiamare giustizia tale sottomissione.

Proverei vergogna a coltivare un tormento senza fine, una malattia e una pena continua quale può essere l’invidia.

Proverei vergogna a non sentirmi grata di quello che ho ricevuto, anche se si dovesse trattare di uno sguardo di tenerezza lanciatomi una volta nella vita come una carezza, un raggio di sole, unico e solo in una giornata di pioggia e per questo ancora più prezioso.

Proverei vergogna a comportarmi come quella serpe raccolta da un vecchio contadino in un campo aggredito da una brutta giornata d’ inverno. Aveva avuto pena per lei vedendola intirizzita dal freddo e se la mise al calduccio sul seno. Quella si riscaldò e, riprendendo le sue forze, ferì il benefattore e lo uccise.

La serpe non aveva provato vergogna per la sua ingratitudine. Quello che era cortesia lo aveva trasformato in pretesa e poi in diritto. Anche di uccidere.