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L’Etna vista da me. Dietro la cupola bianca i Monti Rossi, due coni piroclastici formati in seguito all’eruzione del 1669

Gli antichi, i nostri avi, tra questi i greci che nella Sicilia orientale fondarono la Magna Grecia, vedevano nel grande vulcano l’immagine dell’antitesi tra morte e vita, per cui l’eccezionale fertilità della terra veniva attribuita alla cenere e alla lava distruttrici. Secondo la tradizione, sulle pendici dell’Etna, Aristeo, figlio di Deucalione, inventò la vigna; Empedocle, per soddisfare la sua curiosità scientifica, volle osservare troppo da vicino il vulcano e fu inghiottito dal cratere che ne restituì solo un sandalo; dentro le sue viscere, i Ciclopi lavoravano nelle fucine ardenti di Efesto. Antiche storie attraversano la Montagna, spesso miti, che si intrecciano con la natura dirompente del vulcano. Si può quindi immaginare di scorgere tra i boschi dell’ Etna una madre, Cerere, che vaga sconvolta tra le campagne pedemontane. Accende una torcia nel cratere del vulcano per meglio illuminare i luoghi dove Proserpina, sua figlia, è stata rapita dal tenebroso Plutone. Il mito racconta che il re degli abissi tornava da una spedizione alla triplice base su cui poggiava la Sicilia. Vide Proserpina intenta a raccogliere dei fiori, se ne innamorò e la rapì. Cerere vagò per tutta la regione etnea alla ricerca della figlia. Mentre procedeva per i prati dell’Etna, si sentì infastidita dal rumore caratteristico delle silique struscianti del lupino, un rumore che aumentava al suo passaggio. Pensò che la pianta si prendesse gioco del suo dolore e la maledisse: “Possa tu provare la mia amarezza!”. Da quel momento il lupino dell’Etna divenne amaro. La dea, tramite l’intercessione di Giove, ottenne di vedere la figlia solo per cinque mesi l’anno. Plutone, infatti, prima di permettere a Proserpina di tornare sulla Terra, le fece mangiare dei chicchi di melograno: tanti chicchi mangiati dall’ignara fanciulla, tanti i mesi da trascorrere accanto al tenebroso marito. Secondo gli antichi, la natura, da allora, partecipa della gioia di Cerere che riabbraccia la figlia, regalando ogni anno la primavera che risveglia la natura e fa fiorire i germogli.